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Cartoline dai morti 2007-2017 di Franco Arminio

Oggi vi presento un volumetto, scritto dal poeta Franco Arminio e pubblicato da Edizioni Nottetempo, che ha un aspetto logicamente funereo, e forse proprio per questo ha attratto in maniera inevitabile la mia attenzione in libreria: sto parlando di Cartoline dai morti 2007-2017, una versione rivista ed ampliata dell’omonimo titolo già pubblicato con successo nel 2010.

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La pacata sobrietà della carta scura e ruvida ed il formato per l’appunto “da cartolina” mi ha attirata come un’ape su di un fiore ed alla fine non ha deluso le aspettative. L’idea è tanto semplice quanto indovinata: Franco Arminio dà voce a chi l’ha persa, spesso all’improvviso, per un infarto, per una malattia, per un incidente o per mano altrui, ma non pensate, visto l’argomento delicato, a pagine pesanti e dense di emozioni grevi.

Ciò che rende questo volumetto così piacevole è la sua spontaneità, l’idea che forse la morte non dona a tutti saggezza, e non mette una vera distanza tra sé e gli altri che sono ancora in vita, e seguendo questo pensiero allora forse ai morti possono venire in mente le cose più semplici, c’è chi si chiede se qualcuno continuerà a dar da mangiare al suo gatto, se la vita che hanno vissuto ne è valsa la pena, qualcuno è spaesato, qualcuno rassegnato, qualcuno sollevato:

«Se sapevo che era così morivo prima».

Vi renderete presto conto che questi morti sono forse più piacevoli dei vivi, sono ironici, cinici, senza peli sulla lingua, in fondo non hanno più nulla da temere, sono già altrove:

«Ho solo una cugina. Ogni tanto mi porta i fiori gialli, quelli su cui pisciano i cani».

Arminio dà voce ad ognuno di loro con una franca leggerezza, usando poche parole, calibrandole con inedita maestria:

«Erano venuti i parenti dalla Svizzera: antipasto, pasta al sugo, agnello al forno con le patate, frutta, e poi la Viennetta al caffè e l’infarto».

Non posso assicurarvi che non vi spunterà una lacrimuccia, talvolta, sfogliando queste agili pagine, i cui frequenti spazi bianchi sembrano essere lasciati appositamente per essere riempiti dei nostri occhi in movimento, alla ricerca di un senso, persi dietro una riflessione:

«Cento miliardi di galassie. Cento miliardi di stelle nella nostra galassia. Tutta questa roba e io qui chiuso per sempre in una bara».

Le emozioni saranno tante, e vi passeggeranno tutte sul viso, passerete dal sorriso alla risata, dalla fronte aggrottata al labbro pendulo ed un po’ triste, ma ci sarà qualcosa che arriverà dopo, quando tutte le emozioni saranno state lasciate per un po’ a sedimentare in fondo al petto, e che proprio dal petto avrà origine: il battito del vostro cuore che bussa contro lo sterno, che vi ricorda che all’interno della vostra custodia fatta di pelle c’è del sangue che scorre e della vita che vuole essere vissuta.

«Viviamo per tornare a casa ed è una corsa contro il tempo. Dobbiamo farcela prima di morire. Per questo la morte ci fa paura, perché può arrivare prima che riusciamo a tornare a casa. Nascere è un naufragio e quello che succede dopo non ci asciuga mai. Almeno dovremmo dircele queste cose, con dolcezza, stesi uno a fianco all’altro. E invece stiamo in piedi, dispettosi, acuminati, in allarme. Io mi sono arresa, ma non ce l’ho fatta da sola. Mi ha aiutato la malattia».

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