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Intervista a Vittorio Nacci autore de La mandria umana

Ho avuto l’opportunità di incontrare Vittorio Nacci per parlare del suo ultimo lavoro, La mandria umana, edito da CSA Editrice, in un’assolata mattinata primaverile.

Vittorio, cresciuto a pane e dischi, è un uomo dalle mille risorse: musicista a tutto tondo, compositore e scopritore di talenti, attivissimo sui social con le sue poesie e i suoi consigli musicali; e proprio dai social è nato questo progetto che si è poi realizzato in un volume che raccoglie diciannove racconti brevi, un insieme di ritratti della più varia umanità, scaturite da ricordi incontri avventure e fantasie.

la mandria umana

Perché hai scelto la forma del racconto breve? In cosa pensi che sia migliore rispetto al romanzo?

Il racconto breve per me è, oltre che ciò che prediligo leggere, la forma migliore per comunicare, appunto perché mi dà la possibilità di lasciare in sospeso la storia e rendere il lettore partecipe nell’immaginare le conseguenze; è un modo per dare l’impulso, piantare il seme di una storia che ognuno renderà diversa. Oltre a questo del racconto mi piace la possibilità di spaziare: a differenza della canzone, che deve avere un testo coerente dall’inizio alla fine con le tematiche scelte, nel racconto posso partire da una situazione qualsiasi, come al esempio un viaggio estivo, e finire a parlare delle tradizioni di un paese e dell’amore perduto di un’anziana donna (come nel racconto La madonna dei satiri).

Come è nata la raccolta ed in quanto tempo l’hai terminata?

Ho cominciato a scrivere quasi per gioco, prima le poesie, che sono più che altro un passatempo, non mi piacerebbe essere definito “poeta” mi farebbe sentire vecchio! In generale non amo definirmi. Il primo racconto che ho scritto e che ho poi pubblicato su Facebook è stato Mio nonno e De Gasperi, una storia totalmente reale, che mi ha fatto ricevere inaspettatamente tanti consensi; da lì ho proseguito seguendo sempre quello stile che ormai sento mio.

Ho scritto e limato i racconti in circa due anni, gli ultimi mesi sono stati concitati per via della pubblicazione ma non ho vissuto con ansia l’uscita del libro perché avevo già provato cosa significa far uscire un disco, molto più facilmente fruibile e quindi molto più insidioso e soggetto a critiche; però sono stato piacevolmente sorpreso dalla mia prima presentazione, alla quale c’erano circa duecento persone, e questo mi ha dato più carica e sicurezza per espormi al pubblico senza uno strumento, senza l’amplificazione da concerto, senza nascondermi dietro la maschera del musicista strafottente e figo a tutti i costi.

Nell’introduzione alla raccolta scrivi che ti sei ispirato ai racconti di Carver e a quelli di Moravia per la composizione dei tuoi “ritratti”. Spiegami meglio.

Ammiro Carver e Moravia per la loro abilità nel consegnare al lettore ritratti immediati dell’uomo, senza soffermarsi sui dettagli, e così anche io, complice la scrittura dei testi delle canzoni (che necessitano di brevità e impatto) ho sperimentato trovando la mia strada in questo impressionismo poetico. Mi sento un po’ macchiaiolo in fondo. Preferisco analizzare più che le persone il contesto in cui esse si muovono, il contorno, gli sguardi sospesi, senza darne troppe informazioni per regalare al lettore sensazioni pulite, non soggettivate ma piuttosto soggettivabili.  

Il titolo del libro l’hai scelto prima o dopo aver scritto i racconti?

Il titolo l’ho estrapolato dall’ultimo racconto che ho scritto, che poi è anche l’ultimo della raccolta, Carmelina. Mi piaceva l’espressione e trovavo potesse essere il fil rouge ideale che legava insieme quasi tutti i racconti, fatta eccezione per qualche sperimentazione come Chiave 11 e Vento, che erano invece pensati per un pubblico di più piccoli (mi ha sempre affascinato la letteratura per l’infanzia, mi piace acquistarla e leggerla, in particolar modo quella di Gianni Rodari, ammiro il suo modo asciutto ma efficacissimo di comunicare divertendo).

I tuoi titoli sono sempre brevi ed essenziali, tre parole al massimo. Spesso e volentieri sono il tallone d’Achille degli scrittori: tu come li hai affrontati?

Se devo scegliere preferisco non dare un titolo a ciò che scrivo, come ad esempio faccio con le poesie, però trovo che siano fondamentali per direzionare l’attenzione del lettore, perciò non voglio traviarli con elucubrazioni inutili che magari non rispecchiano il contenuto del testo; anche in questo sono stato sicuramente facilitato dalla scrittura delle canzoni che hanno bisogno di un titolo semplice, che a volte è quello che dice tutto ciò che c’è da sapere. Piuttosto però quello che preferisco è scegliere i finali: ne scrivo molti per uno stesso testo, mi diverto a dare vari punti di fuga ad una sola storia e a scegliere poi quello che mi piace di più.

Oltre agli scrittori che hai citato sono certa che anche la musica abbia influito in qualche modo sulla scrittura dei tuoi racconti; quanto ed in che maniera?

In realtà nonostante ascolti molta musica ho cercato di non farmi influenzare e di non ascoltare nulla mentre scrivevo, nemmeno la musica classica. Ci sono però delle eccezioni, una esplicita come nel caso del racconto La mia bellissima ora, ed altre, come ad esempio nei racconti I giorni vigliacchi e Voglio essere un’opera d’arte, in cui mi sono lasciato ispirare e trasportare dalle parole e dalle note dei Massimo Volume, un particolare (e meraviglioso) progetto musicale di racconti in musica.

Raccontami come è nata questa tua passione per la Grecia.

La mia è sì una passione per la Grecia, ma per quella insolita. Deriva dai numerosi viaggi fatti con la mia famiglia durante l’infanzia, ogni anno in un paesello diverso, che mi hanno lasciato un segno che poi con il passare del tempo è diventato quasi un marchio. Il racconto Essere Elena è una dichiarazione d’amore a questo mondo. La Grecia vissuta, e non quella turistica e perfetta, ha sapori, odori, rumori e umanità distanti dai nostri ed affascinanti, anche il rumore delle stoviglie nelle taverne è differente; è tutto più umano, più vivo, per dire una cosa banale in Grecia cantano tutti, cantano sempre. Già da adolescente mi ammaliava la loro musica folkloristica così lontana dalla nostra, tanto che ho cominciato ad ascoltarla ed a cercare di coglierne gli aspetti oltre che musicali anche narrativi, e così ho imparato anche a leggere la lingua e di conseguenza ne ho esplorato in lungo e in largo la poesia locale, che trovo uno dei punti più alti della poetica mondiale.

Preparati perché arriva il domandone: perché scrivi?

Nessuna motivazione profondissima in realtà. Scrivo perché mi annoio. Soffro moltissimo la noia e scrivere mi tiene impegnato e mi fa sentire utile; scrivo perché mi piace e mi piace limare i miei racconti e le mie poesie più volte, riprenderli di tanto in tanto e stravolgerli in base al momento che sto vivendo e alle sensazioni che mi provocano.

 

Miei brevi pensieri su La mandria umana:

Credo che la bellezza di questi brevi racconti sia nella curiosità quasi morbosa per le vite degli altri. Riesco ad avvertire una valanga di pensieri ricamati dietro ad un’immagine, ma sulla carta ritrovo solo questa visibile, l’immagine, l’impressione asciutta e scarna, meticolosamente abbozzata. Quando tocca i punti giusti, emozioni addormentate, ricordi lasciati in fondo alla memoria, essi esplodono prepotenti, ed allora l’esperienza narrata diventa tua e non ha più importanza da dove sia partita. Ritengo sia vanto dei grandi scrittori il saper condividere con i lettori qualcosa di sé in cui essi possano ritrovarsi, senza lasciare che il mezzo sia ostacolo per un contatto diretto tra autore e fruitore; in questo Vittorio riesce, nel permettere un’immersione nei particolari luoghi e momenti che ha deciso di narrare, e di lasciarci ambientare senza invadenza, senza fretta, di tanto in tanto lasciando ac-cadere un nuovo stimolo per proseguire, come un addestratore che sparge briciole per farsi seguire dall’animale reticente e selvaggio.

Il libro di Vittorio è disponibile Qui, e potete visitare il blog per leggere i suoi racconti e le sue poesie.

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