Recensione · Travellers book club

Travellers book club- La zattera di pietra

Ed anche il secondo mese l’abbiamo superato, nonostante le imperiture sessione d’esami dalle quali ne usciamo fiaccati ma non sconfitti, e Saramago è stato la croce (per molti) e la delizia (per pochi) che ci ha accompagnato negli ultimi giorni.

Di seguito propongo la trama del romanzo:
A Cerbère, sui Pirenei Orientali, improvvisamente la terra si spacca, seminando panico e terrore tra gli abitanti. Non si sa per causa di chi o di che cosa, ma ben presto si crea lungo tutto il confine tra Francia e Spagna una frattura così profonda che la Penisola iberica resta disancorata dal continente europeo e, trasformatasi in un’enorme zattera di pietra, inizia a vagare nell’Oceano Atlantico, verso altri orizzonti e un ignoto destino. Sulla zattera, che rischia di speronare le Azzorre, i protagonisti sono costretti a fare i conti con la loro favolosa e fatale condizione di naviganti, in un clima di sospesa magia, tra eventi miracolosi e oscuri presagi. Le antiche rivali, Spagna e Portogallo, da sempre tenute ai margini dell’Europa, ora che non sono più vincolate a essa potrebbero dirigersi verso l’Africa e le Americhe, cui le lega un antico patrimonio comune di lingua e cultura. La zattera di pietra è la storia di questa incredibile e avventurosa navigazione, scritta con divertita fantasia e con una straordinaria invenzione di grandi e piccoli prodigi. In più, nella metafora delle due nazioni alla deriva, si può leggere in filigrana anche la riflessione sul mancato processo di integrazione europea, cui si contrappone un possibile nuovo mondo, il frutto di un’inedita solidarietà atlantica e di una nuova identità dei popoli iberici sganciati finalmente dai vincoli del Vecchio Mondo.

Partendo dal presupposto che la scrittura di Saramago è impervia e ricca di insidie, date dall’ uso smodato di virgole e praticamente nessun altro tipo di punteggiatura e dagli infiniti dilungamenti, utili o meno, ognuno di noi si è avvicinato alla trama con presupposti diversi. Infatti le questioni trattate sono così tante e gli spunti di riflessione così ampi dal punto di vista sia storico sia psicologico sia magico/onirico che ciascuno di noi ha colto aspetti differenti della sua trattazione. I veri protagonisti della storia sono tre uomini due donne ed un cane, legati in maniera incomprensibile alla frattura che ha provocato il distaccamento di questa zattera di pietra: contemporaneamente infatti avvengono vari episodi che hanno dello straordinario, come ad esempio nel caso di uno dei protagonisti che, alzandosi dalla sedia su cui era seduto, può avvertire la terra tremare nei suoi movimenti tettonici, cosa che però nessun altro può avvertire; o come nel caso di una donna che, divisasi dal marito di recente, senza un motivo ben preciso segna con un bastone una linea sulla terra impossibile da cancellare; o come ancora uno stormo di uccelli che prende a seguire un uomo in ogni suo spostamento come fosse stato da lui ipnotizzato. Le vite di questi personaggi prendono una brusca svolta a partire da questi fatti inspiegabili, che vengono correlati con il formarsi della crepa che va via via allargandosi fino a dividere la terra dalle viscere, e a rendere la penisola iberica un’isola vagante. Alcuni di loro sono ricercati dalle forze politiche del paese, che si aggrappano a qualsiasi cosa pur di trovare un capro espiatorio al quale affibbiare la colpa dell’avvenimento e così, quasi come se il destino li legasse a doppio nodo con il filo delle loro peculiarità, essi piano piano in un viaggio di fuga si incontrano, e proseguono insieme questa avventura che li porta ad una consapevolezza di sé ma soprattutto del mondo circostante, che pur sconvolto dalla bizzarra situazione, presenta tutte le caratteristiche alle quali siamo abituati (fin troppo): la gente che guarda in televisione la crepa aprirsi senza scomporsi minimamente, gli sfollati unirsi in un moto di aggregazione, i politici relegare ad altri i loro problemi, disinteressandosi del proprio popolo, i moti di ribellione ciclici che fanno parte della storia del mondo a partire dai suoi albori. Tutto questo è senza dubbio ascrivibile alla condizione nella quale versavano l’Europa e la Spagna all’epoca in cui Saramago scrisse questo libro, ovvero la fine degli anni Sessanta, con i suoi scontenti le sue rivolte e i suoi movimenti intestini, ma la cosa che ci ha sconvolto scoprire  è stato vedere come tutto potesse essere perfettamente inserito all’interno della nostra epoca e della nostra generazione, o senza andare troppo lontano, della nostra quotidianità.

In tempo di separazioni (Brexit) ed emigrazione, di dibattito identitari e guerre, di muri da innalzare e contrasti interni perenni, in un periodo come quello che noi giovani viviamo, in cui guardiamo al futuro e sentiamo la terra tremare, questo libro non ci dà una vera e propria soluzione alla quale volgerci se non facendoci capire che la storia altro non è che una ciclicità di avvenimenti, e ci dice che forse l’unica soluzione è vivere comunitariamente aiutandosi e facendo del bene senza motivo, o forse un motivo c’è, ma non è quello di sentirci poi la coscienza pulita quanto piuttosto di coltivare negli altri qualcosa che sia affetto, gratitudine oppure solo un sorriso, per non essere soli e per creare una catena di bontà che ci porti lontano, non per forza in alto ma piuttosto lontano da quello che siamo adesso, perché essere in costante mutamento è la cosa più vicina all’essere davvero vivi.

Questo libro ci viene presentato dal narratore come se lui stesse guardando un’enorme tela: coglie di volta in volta nuovi particolari, e preso dall’euforia della scoperta non può tralasciarli e ce li spiega, con dovizia di particolari, a volte in pagine e pagine, che sia la vita di un uomo incontrato durante il cammino o la storia di un sasso particolare; oppure come se fosse un bambino che, qualsiasi oggetto si ritrovi davanti, ci gioca e ci ricama su all’infinito, e come un bambino è uno specialista di giochi (la cosa che gli riesce meglio) così Saramago è un grande scrittore, e quello che gli riesce meglio è inventare storie e combinare le parole, scuotere gli animi ma piano, mai punzecchiandoci esplicitamente ma facendo nascere dentro di noi il germe della riflessione, non come le nuvole nere che ci passano sulla testa adombrando il cielo è spingendoci a tirar fuori l’ombrello, ma come il refolo di vento ghiacciato che ci colpisce il viso e ci fa guardare in su alla ricerca di altri segnali.

In più altra grande abilità dello scrittore è la sua vena metaletteraria che smaschera i processi che muovono l’atto creativo dello scrivere, che ci rende visibile la complessità del lavoro e la dedizione con la quale lui per primo si approcciava ai suoi romanzi.

Concludo con una citazione, come di consueto:

Quante volte, per cambiare vita, abbiamo bisogno della vita intera, pensiamo lungamente, prendiamo la rincorsa e poi esitiamo, poi ricominciamo da capo, pensiamo e ripensiamo, ci spostiamo nei solchi del tempo con un movimento circolare, come quei mulinelli di vento che sui campi sollevano polvere, foglie secche, quisquilie, che per molto di più non gli bastano le forze, sarebbe molto meglio se volessimo in un paese di tifoni.

Trovate il riassunto dell’incontro precedente qui.

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