Recensione

Le braci di Sándor Márai

Questo romanzo di Márai è stato il suo più grande successo al livello internazionale, benché abbia avuto vita travagliata. Nella sua versione in ungherese (lingua madre dello scrittore) pubblicata nel 1942 è passato in sordina, ed ha ottenuto invece i riconoscimenti mondiali solo molto più tardi, nel 1995, grazie ad una traduzione in francese, che ha permesso anche alle altre opere dello scrittore di guadagnarsi l’attenzione della critica, seppur post mortem. In Italia il romanzo è stato pubblicato solamente nel 1998.

le-braci

La storia è incentrata ed in gran parte raccontata dal generale Henrik, che sta per rincontrare, dopo quarantuno anni e quarantatré giorni, il suo amico di una vita intera, Konrad, per un’ultima, nefasta resa dei conti. Durante questo incontro che si trascina lento tra i due vecchi, durando una notte intera, verremo a conoscenza dei segreti che i due hanno custodito per quasi mezzo secolo, vissuto in attesa di questo confronto colmo di risentimento ma anche di tanto amore.

Vissero insieme sin dal primo istante, come gemelli nell’utero materno. Non ebbero bisogno di stringere patti di amicizia come fanno di solito i ragazzi della loro età, che indulgono con passionalità enfatica a rituali ridicoli e solenni, nella forma inconsapevole e grottesca in cui il desiderio si manifesta tra gli uomini quando decide per la prima volta di strappare il corpo e l’anima di un’altra persona al resto del mondo per possederla in maniera esclusiva. Il senso dell’amore e dell’amicizia è tutto qui. La loro amicizia era seria e silenziosa come tutti i sentimenti destinati a durare una vita intera. E come tutti i grandi sentimenti  anche questo conteneva una certa dose di pudore e di senso di colpa. Non ci si può appropriare impunemente di una persona, sottraendola a tutti gli altri.

Le braci è un romanzo dolorosamente onesto. Scatena in noi sentimenti che credevamo sopiti. Nell’ostinazione del vecchio generale che attende quarantuno anni perché la sua vendetta si compia, giorno dopo giorno, organizzando i pensieri e le parole, che poi fluiranno impetuosi da lui al momento della resa dei conti, con fare meticoloso ed attento, nelle sue convinzioni sulla natura umana, che non può essere governata ma che ci governa e che segna per noi il destino inesorabile ed impossibile da evitare, nella sua stanchezza che pare atavica ma che è solo il frutto di anni di tormenti e di rimpianti e di dolore e di rabbia al fine giunti ad una calma rassegnazione, e nel suo cuore, che va sbrinandosi nel corso del monologo dopo un lungo inverno di passioni sopite e di solitudine, in tutto questo c’è ciò che noi tutti rifuggiamo per una vita intera.

Il tradimento dell’amico non è circoscritto al luogo e al tempo del tradimento, in questo caso, ma è ancestrale in quanto colpisce tutto ciò che di importante c’è nella vita di un uomo, non l’amore, non l’amicizia, ma la connessione tra due esseri umani, due esseri umani così diversi da poter sembrare come il giorno e la notte, ma con lo stesso bisogno: quello di non essere da soli al mondo. I due protagonisti, uniti da un cordone ombelicale invisibile che li tiene in vita l’uno nell’esistenza dell’altro, l’uno nella mente e nei desideri dell’altro, il cui unico scopo dopo tutto non è la ricerca di risposte, ma quella di rivedersi e di ricomporre un puzzle fatto di soli due pezzi che però compongono il tutto.

Queste sono le braci, la cenere di un destino comune che si compie a distanza, e che li attende inesorabile.

Il monologo quasi interiore del generale è uno stillicidio di pensieri che ci sovrasta e che va oltre il concetto di trama, e che ci lascia impotenti ed assorti davanti alla contemplazione del  vero scopo delle loro (come delle nostre) esistenze. Non è importante chi si è, cosa si fa o cosa si possiede, ma soltanto qual è il legame che ci tiene in vita. E la domanda fondamentale che almeno un migliaio di volte faremo a noi stessi senza ottenere risposta, quella che faremo agli altri desiderosi di toglierci un peso dal petto, e che ci perseguiterà ad ogni passo, prende forma in questo romanzo che arde di tutte le passioni represse, e brucia e si consuma fino a suo compimento, fino a quando non verrà pronunciata a voce alta, com’è giusto che sia, per chiarire una volta per tutte il dubbio della sua inutilità, e questa domanda è: “Ne è valsa la pena?”.

Gli uomini contribuiscono al loro destino, a determinare certi eventi. Invocano il loro destino, lo stringono a sé e non se ne separano pur sapendo fin dall’inizio che il loro modo di agire porterà a risultati nefasti. L’uomo e il suo destino si realizzano reciprocamente modellandosi l’uno sull’altro. Non è vero che il destino s’introduce alla cieca nella nostra vita: esso entra dalla porta che noi stessi gli abbiamo spalancato, facendosi da parte per invitarlo ad entrare.

Advertisements

One thought on “Le braci di Sándor Márai

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...