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Un libro, un film: La bottega degli errori

La bottega degli errori è stato il romanzo d’esordio di Douglas Lindsay, scrittore scozzese, nel 1999. Pubblicato da Kowalsky in Italia solo nel 2006, è stato poi rieditato da Feltrinelli nel 2008 (e questa è appunto l’edizione che posseggo io).

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La curiosità per questo libro mi è partita fin dal titolo, breve ed accattivante, e poi dalla sinossi:

Barney Thomson di mestiere fa il barbiere e vive nella piovosa Glasgow. Niente della sua vita lo soddisfa: è goffo e indolente, lavora in una squallida bottega, assieme al proprietario Wullie Henderson e al giovane Chris Porter, che tutti i clienti gli preferiscono anche perché contrariamente a lui sanno parlare di calcio, e ha una moglie, Agnes, che a lui antepone le soap opera. Per Glasgow intanto si aggira un serial killer che fa a pezzi le sue vittime, e tanto l’ispettore capo Holdall quanto il suo collega Robertson brancolano nel buio. Barney, chiuso nel suo rancore, medita nei confronti dei due colleghi pensieri omicidi ma può confessarli solo all’anziana madre Cemolina, l’unica che lo comprende e per di più lo incoraggia. Poi, quando Wullie gli comunica di volerlo licenziare, ecco che per fatalità scivola e cade sulle forbici di Barney e muore. Barney si rivolge di nuovo alla madre per far sparire il cadavere, e così scoprirà che non è la prima volta per lei…

Mi sono trovata immediatamente in sintonia con Barney: ha ambizioni altissime, sogna di diventare un giorno il miglior barbiere di tutta Glasgow, sogna di poter tagliare i capelli nella posizione privilegiata, quella della poltrona vicino alla vetrina, ci racconta di come i suoi colleghi siano privi di verve e della passione che invece lui nutre per il suo mestiere e, tuttavia, nessuno vuole farsi tagliare i capelli da lui. Appare sciatto e di fronte ai suoi clienti non sa di cosa parlare, sa benissimo che quegli uomini vanno dal barbiere per fare conversazione ma lui non segue il calcio ed è un soggetto fondamentalmente inabile alla socialità, è frustrato e umiliato dal successo che invece riscuote il suo giovane collega, Chris, per il quale i clienti fanno la fila, non si sente valorizzato ed apprezzato né a lavoro né a casa, dove la moglie vive perennemente appiccicata al televisore, seguendo solo ed unicamente soap opera e trattandolo come una fastidiosa mosca quando si lamenta delle sue giornate. Perciò non c’è da meravigliarsi se quando gli viene annunciato il prossimo licenziamento, Barney perde leggermente le staffe. Tuttavia la forza del personaggio sta nel fatto che nonostante sia un perfetto potenziale serial killer senza scrupoli, a lui capita tutto per sbaglio, per errore appunto. La sfiga lo rincorre come un mastino, e dall’accidentale uccisione del suo capo gli cominciano ad andare tutte storte come in un rovinoso domino. Barney è ormai quindi un assassino, ma un assassino svogliato, non è capace di mentire, non sa come nascondere il cadavere, privo di qualsiasi spirito di sopravvivenza, e l’unica a cui può chiedere aiuto è l’anziana madre, che inaspettatamente si rivela nonostante l’età più all’altezza del figlio in tale situazione: fredda calcolatrice ed eccelsa cuoca, immediatamente prende in mano la situazione. Ma come al solito la sfortuna è dietro l’angolo per il nostro protagonista ed un grosso fardello sta per cadergli addosso facendolo precipitare in una spirale di disastri.

Nonostante l’etichetta di “noir”, questo romanzo è un toccasana per l’animo. Ho riso tantissimo nell’assistere alle vicende che si concatenano in un sistema strettissimo, una catastrofe dopo l’altra, e all’impotenza di Barney all’interno della storia. Vogliamo vederlo come fosse un giallo? Fosse solo per l’assassino, il libro si sarebbe concluso in trenta pagine stringate. Vogliamo immaginarlo come uno psicologico dalla parte dell’assassino? Barney si rivela assolutamente inutile nella trama e non fa che combinare danni. I personaggi degli investigatori, ritratti come integerrimi poliziotti senza scrupoli, di quelli che sbattono i pugni sul tavolo, che girano avvolti dalla nebbia dei loro pensieri con il loro impermeabile, si rivelano più interessati a litigare tra loro che a cercare l’assassino, e saranno la chiave di volta di un finale spassosissimo.

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Da questo romanzo è stato anche tratto un film nel 2015, una commedia diretta da Robert Carlyle, il quale recita anche nel film nel ruolo di Barney al fianco di Emma Thompson che interpreta la madre. Il film si è rivelato all’altezza delle aspettative. Le atmosfere del libro sono rese perfettamente, la pioggia, la nebbia, il senso di inutilità della vita del protagonista che scorre con indolenza, per quanto forse non entri tanto quanto il libro nella psicologia dei personaggi, lasciandoci affezionare solo con l’andare degli eventi al nostro sfortunato beniamino. Gli attori sono assolutamente meravigliosi, e per quanto non sia un vero e proprio film d’azione (scorre, invero, un po’ lentamente in alcuni punti) nel finale c’è tutta la carica di tensione paura e pallottole che ci si aspetta da un thriller. I silenzi, inoltre, sono fondamentali: ho notato che spesso negli snodi della trama, nei punti cruciali, Barney è sempre solo, e nell’aria regna un innaturale silenzio, come se la sua mente fosse ormai rassegnata, spenta, inabile, proprio come capiamo nel romanzo dai suoi esagitati monologhi interiori. Semplicemente si abbandona al corso delle cose e, dopo tutte le avventure che vivrà, non sarà più in grado di stupirsi di nulla.

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Vi lascio alla visione del trailer.

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Barney Thompson, barbiere, ha lo sguardo crucciato. Quelli che entrano nel salone sono tutti bastardi, nessuno escluso. E se, ogni tanto, c’è qualcuno che se ne va convinto di aver subito una violenza ai capelli, tanto meglio, vuol dire che se lo merita. >>

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