Recensione

Il suggeritore di Donato Carrisi

Oggi parlo di un romanzo che, come tanti altri, mi ha colpito più per il forte successo di critica e pubblico che per la sinossi in quarta di copertina. Per non influenzare in alcun modo il giudizio altrui, in ogni caso, vi propongo il testo in questione:

Qualcosa di sconvolgente è successo, qualcosa che richiede tutta l’abilità degli agenti della Squadra Speciale guidata dal criminologo Goran Gavila. Il loro è un nemico che li costringe ad affacciarsi nel buio che ciascuno si porta dentro. È un gioco di incubi abilmente celati, una continua sfida. Sarà con l’arrivo di Mila Vasquez, un’investigatrice specializzata nella caccia alle persone scomparse, che gli inganni sembreranno cadere uno dopo l’altro, grazie anche al legame speciale che comincia a formarsi fra lei e il dottor Gavila. Ma un disegno oscuro è in atto, e ogni volta che la Squadra sembra riuscire a dare un nome al male, ne scopre un altro ancora più profondo.

Per me questa era l’introduzione ad un thriller qualsiasi, e forse per pigrizia, forse per mancanza di tempo, tendo a relegare i libri di questo genere a momenti durante i quali non voglio sforzarmi particolarmente di riflettere, o a quando non ho nulla di meglio da leggere. Ma in questo caso le entusiastiche recensioni dei lettori e anche della gente del settore ha suscitato in me un interesse morboso, non giustificabile, per carità: è lo stesso interesse che mi spinse a decidere di leggere Cinquanta sfumature di grigio, con tutto il disgusto che ne è derivato.

Il suggeritore è stato il primo romanzo scritto da Donato Carrisi, quarantenne di Martina Franca, laureato in giurisprudenza con specializzazione in criminologia, e pubblicato dalla casa editrice Longanesi nel 2009. Il libro, per quanto non eccessivamente pubblicizzato, ha riscosso immediatamente un forte successo, ottenendo il Premio Bancarella nello stesso anno, ed è stato ad oggi tradotto in venticinque lingue, rendendolo uno dei gialli italiani più venduti al mondo con oltre un milione di copie. Nel mondo dell’editoria, come in quello televisivo, ormai il gusto del macabro è all’ordine del giorno: sparatorie, perversioni, (ammazzatine come direbbe Camilleri, che contro questo genere particolarmente cruento ha scritto un racconto intitolato Montalbano si rifiuta, nella raccolta Gli arancini di Montalbano) serial killer e chi più ne ha più ne metta. Fino all’arrivo di Carrisi erano Giorgio Faletti e pochi altri a farla da padroni nel panorama italiano del genere, principalmente gli appassionati si affidavano a scrittori statunitensi come Jeffrey Deaver, Patricia Cornwell, o a Jo Nesbo,  ma poi tutto è cambiato.

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Donato Carrisi

La squadra investigativa capeggiata dall’agente Roche, ma che in realtà segue quasi esclusivamente le direttive dell’intrigante criminologo Goran Govila, è composta dal vecchio Stern, da Sarah Rosa e dall’aitante Boris. I cinque si trovano di fronte ad un caso particolarmente complicato che prende il via dalla scoperta di un singolare cimitero rinvenuto in un bosco: qualcuno ha sepolto sei braccia, ognuno appartenente alle cinque bambine scomparse nei mesi precedenti, più uno: ignoto. Per rintracciare la proprietaria di quest’arto viene affiancata alla squadra l’esperta Mila Vasquez. I successivi sviluppi dell’indagine faranno emergere il torbido progetto dell’omicida.

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La storia di questo romanzo è ambientata in un non-luogo, i nomi utilizzati sono stranieri ma di non riconoscibile etnia, ed i luoghi sono imprecisati, e nonostante questo possa risultare una sfida per qualsiasi scrittore Carrisi riesce a mettere gli spazi in secondo piano, non ci interessa avere un quadro completo della situazione tanto quanto seguire maniacalmente l’evoluzione della vicenda. Vicenda che ci viene narrata non in modo lineare, ma che si sviluppa su più livelli, alcuni più riconoscibili di altri, ad esempio le relazioni carcerarie che si ritrovano sparse nel testo , e che a primo impatto paiono non avere alcuna attinenza con la trama, o capitoli scritti in corsivo che riportano i pensieri di un ignoto personaggio. Inoltre spesso e volentieri si avvicendano episodi della vita dei vari personaggi esposti dal narratore extradiegetico, ma gli sviluppi di trama si hanno esclusivamente nei capitoli in cui protagonista è Mila Vasquez, che, nonostante nelle indagini figuri solo come una consulente, ci apre le porte del suo mondo e ci permette di seguire la storia dal suo punto di vista.

L’impianto narrativo per quanto possa apparire caotico a primo impatto si dipana abilmente come fosse una matassa inizialmente impossibile da penetrare, piena di punti in ombra ed altri completamente nascosti alla vista, ma che acquisisce senso di pagina in pagina: non nego che spesso durante la lettura sono tornata indietro a cercare il dettaglio che mi era sfuggito, inserito in maniera così subliminale nel testo da passare inosservato. In realtà molti di quelli che possono sembrare innocui dialoghi e descrizioni sono soppesati con cura magistrale. Il punto di forza di questo giallo è dato dal fatto che, a scomporlo, ci ritroveremmo davanti a sei gialli distinti: ogni storia ha una sua complessa e difficoltosa evoluzione e una sua sorprendente conclusione, e sono legate le une alle altre dalle vicende personali dei detective protagonisti che, a differenza dei classici investigatori pieni di spirito d’osservazione, acume ed intraprendenza sembrano farsi trascinare abbastanza passivamente nei progetti dell’assassino. Lo capiamo già da subito, e viene ripetuto più volte: il suo è un gioco, le persone e le loro vite sono i suoi giocattoli, ed in questo gli investigatori non si differenziano dalle vittime. Ovviamente il punto di forza può essere anche un punto debole, infatti l’attenzione del lettore è completamente canalizzata alle scoperte che deriveranno dalla risoluzione dei singoli casi, e l’epilogo conclusivo dell’indagine è risultato costituito da poche e, almeno a mio avviso, scarne ed insoddisfacenti pagine (per quanto utili per scaricare la tensione complessiva).

L’animo del personaggio che tra tutti viene più scandagliato è ovviamente quello di Mila, per quanto io l’abbia accolto con controversia, a volte affascinata dalla sua determinazione ed altre pervasa da un senso di repulsione per i suoi atteggiamenti un po’ estremi e forse non pienamente giustificabili. Anche gli altri protagonisti, non sufficientemente analizzati dal punto di vista psicologico tanto da apparire a volte come vere e proprie macchiette del genere toccano punte di estrema irrealtà. In alcuni dialoghi (o meglio monologhi) ho alzato il sopracciglio dal dissenso per il loro essere fortemente surreali, più adatti ad essere estrapolati dal contesto ed essere usati come aforismi che utili al contesto.

Nel complesso comunque questo libro è uno di quei romanzi che non ti permettono di alzare gli occhi dalle pagine nemmeno per sbaglio: gli eventi si concatenano in maniera così veloce e via via più intrigante che è impossibile fermarsi, e suscita di volta in volta le emozioni più disparate, sprigionando un freddo raggelante nelle viscere che è, per me, la perfetta sensazione che un thriller dovrebbe dare.

« Il male a volte ci inganna assumendo la forma più semplice delle cose.>>

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One thought on “Il suggeritore di Donato Carrisi

  1. Recensione molto puntuale e professionale, complimenti 🙂 hai saputo mettere bene in parole ciò che io, che l’ho finito di leggere pochi giorni fa, ho avvertito a livello subliminale. Molto brava, complimenti 😀

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