Recensione

Il paese delle spose infelici di Mario Desiati

Ancora una volta Mario Desiati mi stupisce. E’ la seconda volta che mi imbatto in un suo libro, il primo, Mare di Zucchero, uscito nel 2014, è una fiaba di tempi non troppo lontani da noi, dolceamaro racconto fanciullesco d’amicizia e immigrazione. Ne Il paese delle spose infelici (anche vincitore del premio Mondello per la narrativa italiana nel 2009) invece, mi ha colpita decisamente con più violenza.

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Mario Desiati

La prima cosa che ha attirato la mia attenzione è stato il titolo. In questo Desiati è decisamente un fuoriclasse. La seconda l’incipit, che mi ha conquistata. Entriamo da subito in un’atmosfera rarefatta, mistica, come quella che si veniva a creare negli afosi pomeriggi pugliesi (è forse anche per il fatto che condividiamo la stessa terra che sento così vicine le suggestioni di questo romanzo) quando i nipotini dopo il pranzo domenicale si assiepavano intorno alle gambe del nonno, sempre pronto a raccontare di qualche leggenda metropolitana, di qualche particolare credenza, a spaventarci con i suoi racconti sulle jure e le trecce dei cavalli.

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Siamo a Taranto nei primi anni ’90, le descrizioni dei luoghi e delle situazioni sono così vivide e palpitanti di vita che a chiudere gli occhi si potrebbe immaginare la città polverosa, la realtà del Siderurgico, la marmaglia di ragazzini impertinenti sempre in giro per le strade a far gruppo come cani randagi, il pallone sotto braccio, a scorticarsi le ginocchia nei campetti da calcio improvvisati. E uno di questi ragazzini è il nostro protagonista, Francesco detto Veleno, figlio di gente della Taranto bene, attratto dalla realtà degradata dove si incrociano le vite dei suoi compagni di giochi, primo fra tutti il suo migliore amico Zazà, inseparabile suo opposto: se Veleno è taciturno, pauroso, riflessivo, cauto, rispettoso, Zazà è esuberante, provocatorio, astuto, avventato, vive facendo bravate perchè tanto non ha nulla da perdere. Insieme attraversano tutte le fasi della vita, allontanandosi a volte ma mai distaccandosi, anche perchè a legarli c’è lei, Annalisa.

Annalisa che dalla sua prima apparizione viene descritta come una strega, una emarginata, una ragazza alla quale piace stare accanto agli ultimi, i pazzi, i malati, i vecchi, che veste fuori moda, che pare essere fuori dal tempo e dallo spazio, una sorta di apparizione celestiale portatrice di pensieri impuri e dannazione. Veleno se ne innamora subito e attraverso le sue riflessioni ci immergiamo in sentimenti tra i più disparati e contrastanti: anche quando Annalisa si renderà celebre per le cose più orribili e perverse, lui proverà sempre una sensazione di cieca ammirazione per lei, proprio come se fosse una santa in vita, una santa peccatrice. I loro destini si incrociano per pochissimo, appena due settimane che Veleno vive come un sogno, con sgomento e felicità pura, e che come in un sogno però terminano all’improvviso: Annalisa scompare, e da allora sarà solamente una sporadica presenza nella sua vita caotica e affannata, ma una presenza che porterà sempre con sé turbamenti ed inquietudini, che aprirà più e più volte una ferita che per Veleno non si rimarginerà mai e che anzi lo porterà ad infettarsi della stessa depravazione della donna dalla quale è stata provocata. Solo alla fine scopriremo il segreto di questa donna, unico motivo di pace per un Veleno ormai irrimediabilmente corroso dall’esistenza.

Annalisa era questo, sembrava percorrere le strade sbagliate, salvava le persone spingendole nel baratro.

E mentre le pagine dedicate a questo invivibile amore sembrano sospese, atemporali, nel frattempo la vita continua travolgendo impetuosa ed inarrestabile, e riserva le peggiori sorprese per i ragazzi senza futuro: i giovani annoiati vengono in contatto con la droga, che li porta a raggiungere la degradazione ed in alcuni casi anche la morte. Privi di una valida formazione scolastica e di una base economica, molti si riducono a vivere di truffe ed inganni, vengono a contatto con il mondo carcerario, si sfogano con le risse da stadio alla ricerca di emozioni forti che la vita non riesce a concedergli. E in tutto ciò Veleno, nonostante abbia alle spalle genitori acculturati e presenti, non è da meno. Fino alla fine non abbandonerà mai i suoi compagni di sventure, non proverà mai ad elevarsi da quella condizione che sente sua fino in fondo, ed anche quando sarà lontano dalla sua terra e dai quartieri operai resterà un uomo inetto, incapace di combattere, sceglierà sempre la strada più semplice e quasi mai onesta per andare avanti.

Con questo romanzo Mario Desiati dà prova di enorme padronanza delle parole, che soppesa con accuratezza per donarci un quadro sempre completo delle vicende e dei personaggi: riesce magistralmente a passare da uno stile elevatissimo e quasi poetico ad un altro crudo, disturbante, anche all’interno della stessa pagina. Lo scrittore è stato peraltro anche sceneggiatore dell’omonimo film tratto dal suo romanzo, con la regia di Pippo Mezzapesa, uscito nel 2011, del quale potete vedere il trailer qui.

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Erano le due, il sole era già generoso, ci si poteva spogliare e restare in camicia e salopette, mettere gli occhi chiusi contro i raggi lievi e ricevere il miracolo dell’arrossamento di quelle facce gialle di altoforno. La dozzina di operai mangiava panini e piluccava spicchi di arance irradiando nell’aria l’aroma acre di agrumi ebbe un miraggio collettivo, una visione che avrebbe sbalordito chiunque: una donna vestita da sposa avanzava dall’orizzonte fosco delle campagne. Camminava altera con la gonna alzata, le scarpe bianche erano infangate, le calze di nylon da bambola brillavano, le spalle nude ardevano sotto il sole invernale. […] Gli occhi parevano dipinti, nei sistemi solari delle deliziose efelidi attorno alla bocca c’era il manifestarsi di una divinazione. La sposa regalò una sbirciata maliziosa agli spalti di maschi sonnecchianti, appena saziati dai panini frugali. E poi entrò nel torrente senza neanche togliersi le scarpe, mollando improvvisamente la gonna che si alzò sul pelo dell’acqua come la rete di un peschereccio. E fu la cosa più bella che videro quegli operai, uomini che ogni giorno si bardavano come soldati disperati, i sopravvissuti di una guerra nucleare, i liquidatori di una centrale atomica.

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