Recensione

La scopa del sistema di David Foster Wallace

Ho aspettato tanto, tanto, tanto per scrivere questo post. Ci ho pensato e ripensato, davanti alla pagina vuota, ogni tanto scrivevo qualche riga ed ogni tanto chiudevo tutto, “non s’ha da fare”, pensavo. La verità è che con i libri migliori succede così. Ti lasciano addosso l’irrequietezza e quel senso di vuoto ed incompleto che ti fa trattar male chiunque ti si ponga davanti nei giorni a venire. Sono stata spinta ad acquistare questo libro, di un autore per me fino ad allora sconosciuto, spinta dalla curiosità e dalla grande pubblicità nata attorno al film The end of the tour- un viaggio con David Foster Wallace di James Ponsold. Mi sono chiesta, quindi: chi è Daniel Foster Wallace, e perchè tanto successo?

David Foster Wallace world copyright Giovanni Giovannetti/effigie

David Foster Wallace nacque a Ithaca nel 1962, e morì suicida a 46 anni, nel 2008. Brillante studente plurilaureato (in letteratura inglese e filosofia) cominciò ben presto a farsi notare per le sue doti di scrittore e pensatore, ottenendo dei riconoscimenti già da giovanissimo, per poi esplodere sulla scena mondiale nel 1987 con il suo primo romanzo, La scopa del sistema, accolto con successo di critica ed ispirato alle tematiche della sua seconda tesi universitaria: la logica e le teorie di Wittgenstein sul linguaggio. Il suo secondo romanzo, Infinite Jest, considerato il suo capolavoro, uscì nel 1996, e lo rese popolare in quanto uno dei massimi esponenti del postmodernismo, tra i quali ricordiamo anche Vladimir Nabokov e Jorge Luis Borges.

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– Tu vai pazza per le parole, vero? – Guardò Lenore. – Vero che vai pazza per le parole? – Cioè? Che significa? – Significa che mi dai l’idea di una che va pazza per le parole. O forse pensi che siano loro a essere pazze. – In che senso? – Nel senso che le prendi terribilmente sul serio, – disse. – Tipo come se fossero un bisturi, o una motosega che rischia di tagliarti con la stessa facilità con cui taglia gli alberi.-

Ma tornando a noi: come descrivere questo romanzo? Partiamo dal principio e quindi dalla struttura. David Foster Wallace rivisita la scrittura del romanzo classico. Non troviamo più numeri ad indicare la divisione in capitoli ma le lettere, la storia non scorre in modo coerente ma ogni capitolo è diviso in molti più paragrafi che danno voce a tutti i personaggi, che siano essi principali o secondari, le vicende hanno per loro scorrimenti temporali differenti, per quanto paralleli, e spesso ci si perde nei loro pensieri senza riuscire a ritrovare il filo conduttore della trama, che si sviluppa con un’estenuante lentezza, e questo per un motivo: non è la trama che fa l’opera. Il punto del romanzo è, scusate il gioco di parole, non arrivare al punto. Incontriamo da subito personaggi complessati e bizzarri, come la protagonista Lenore, affascinante (per quando perfettamente inconscia di esserlo) giovane donna con problemi di ansia igienista, alla ricerca della nonna, anche lei chiamata Lenore, una novantenne studiosa di Wittgenstein scomparsa dalla casa di riposo con altri venti tra pazienti ed infermieri lasciando dietro di sè solo un crittogramma e pochi indizi; il fratello di Lenore, LaVache, giovane ragazzo prodigio privo di una gamba e con una dipendenza da droga e strafottenza; Rick Vigorous, capo e compagno di Lenore, turbato da una gelosia morbosa, e tutte le improbabili comparse nelle loro vite, come un divino/demoniaco pappagallino, Vlad L’Impalatore, e molti altri che fanno di quest’opera un immenso caos. Tutte queste vite e psicologie differenti sono accomunate da un unico fattore: hanno uno scopo, ma non riescono a raggiungerlo, e si sentono prigionieri della società in cui vivono, società che li costringe ad essere degli emarginati, degli inetti, tutti quanti, da Lenore che invece di mettere a frutto i propri studi lavora come centralinista quasi per far dispetto al padre, a Rick che vive la sua vita alla ricerca di un racconto perfetto per la sua casa editrice che non arriva ed in balia di una donna che si concede a lui in maniera solo parziale, ma che lui ama così tanto da voler possedere carnalmente e spiritualmente, da volerla intrappolare in e con lui, inutilmente, a LaVache che usa il suo innato genio solo per “nutrire” la sua gamba posticcia di canne, prestandosi a risolvere a tutti i ragazzi del campus le beghe universitarie senza curarsi delle proprie, a Andy Wang-Dang, uomo grande forte e virile ma incapace di recuperare il proprio matrimonio dal baratro nel quale sta cadendo.

Come ho già detto delineare una trama è impossibile, perchè essa è soggetta a continue mutazioni e capovolgimenti, in primis nello stile: passiamo dalla trascrizione delle sedute di psicoterapia che Lenore e Rick fanno dal petulante dottor Jay, ai sogni di Rick, alle numerose e splendide descrizioni disseminate nel testo, ai dialoghi diretti privi di qualsivoglia indicazione sui parlanti. In particolare all’interno del romanzo importantissimi ed indissolubilmente legati alla nostra storia, anche se così non sembra in  apparenza, sono dei racconti, che a volte ci vengono presentati da Rick sotto forma di favola per Lenore ed altre volte compongono paragrafi a parte. Essi sono fondamentali per capire come questo testo sia una metafora, la metafora di una vita composta di racconti, banali, drammatici, surreali, divertenti, racchiusi nella cornice di un’esistenza fatta da e funzionale alle parole. Senza la parola, scaturita da un ragionamento introspettivo poi proiettato all’esterno, a fruizione del mondo intero, l’esistenza umana non avrebbe un senso. Persino il pappagallo Vlad appena diventa in grado di parlare, ripetendo concetti biblici inculcati da chissà chi, diviene membro della società e mezzo della stessa a tutti gli effetti. E tutto ciò è alla base della filosofia del linguaggio di Dadiv Foster Wallace, che si rifà alla teoria di Wittgenstein secondo cui “tutto è parola” (con quest’opera voleva infatti fornire un compendio alla sua filosofia peraltro già abbastanza impervia).

Le parole sono fondamentali e questo libro va preso per ciò che è: un trattato filosofico racchiuso nell’inusuale cornice di numerosi esercizi di stile, difficile da seguire ma piacevolmente esposto. Il fatto stesso che il romanzo ci porti più volte a fermarci per interrogarci non dico sui concetti, ma persino sulle singole parole (ad esempio: un uomo è/deve essere FUNZIONALE? e se sì, a cosa, e come?) è la prova di come sia diverso dal solito: non ci appassiona la trama quanto la forma, non il finale quanto il messaggio.

– Con me usò la scopa, però ti parlo di quando avevo tipo otto anni, o dodici, chi se lo ricorda, e Lenore mi fece sedere in cucina e prese una scopa e si mise a scopare furiosamente il pavimento, e poi mi chiese quale fosse secondo me la parte più fondamentale della scopa, la più cruciale, se il manico o la chioma. Il manico o la chioma. E io non sapevo cosa rispondere, e lei si mise a scopare ancor più violentemente, e io cominciai a innervosirmi, e finalmente dissi che secondo me era la chioma, perché senza manico si può scopare lo stesso, basta tenere in mano l’affare con la chioma, mentre scopare solo col manico è impossibile, e a quel punto lei mi agguantò e mi scaraventò giù dalla sedia e mi gridò qualcosa cosa tipo: «Già, perché a te la scopa serve per scopare, no? Ecco a cosa ti serve la scopa, eh?» e roba del genere. E gridò che se invece la scopa ci serviva per spaccare una finestra allora la parte fondamentale era chiaramente il manico, e passò a dimostrarlo spaccando la finestra della cucina, cosa che fece accorrere i domestici, terrorizzati; ma che se appunto la scopa ci serviva per scopare, tipo per esempio i vetri rotti della finestra, e dai che scopava, allora l’essenza della cosa era la chioma.-

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