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Room: un libro, un film

Oggi vi parlerò di questo libro e di questo film, scoperti assolutamente per caso ma che sono schizzati in meno di una settimana in cima alla mia classifica come più toccanti dell’anno.Vi parlerò di entrambi parallelamente perché, caso più unico che raro per quanto mi riguarda, è stato il film a mettermi a conoscenza del libro, ed anche perché il film è stato sceneggiato dalla stessa scrittrice, perciò le divergenze sono davvero minime.

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Il libro è stato recentemente ristampato dalla Mondadori in occasione dell’uscita del film.

Il libro, che nella versione italiana è stato distribuito con il titolo Stanza, letto, armadio, specchio è stato scritto da Emma Donoghue e pubblicato nel 2010. Per scrivere questa storia la Donoghue si è ispirata al famoso caso Fritzl, venuto alla luce nel 2008 e che ha ripugnato il mondo intero. Per farla breve Josef Fritzl, settantenne austriaco, ha tenuto segregata nella cantina della propria casa la figlia diciottenne Elizabeth per 24 anni, violentandola e torturandola e concependo con lei ben sette figli, di cui tre vivevano nella cantina insieme a lei. Questa situazione ha avuto la sua conclusione grazie alla figlia maggiore di Elizabeth, ormai diciannovenne, che ammalatasi gravemente a causa delle condizioni disumane in cui vivevano (privati di cibo anche per un mese intero) ha costretto Fritzl a portarla in ospedale dove tutto è poi venuto a galla. La brutalità della situazione viene raccontata nel documentario Josef Fritzl: story of a monster che potete trovare su Netflix, e che, per quanto mi abbia provocato un profondo disgusto, vi consiglio se volete approfondire la vicenda.

La storia ruota attorno a Ma’ (solo nel film scopriremo che il suo vero nome è Joy, essendo il libro interamente narrato dal bambino) e del piccolo Jack, di cinque anni appena compiuti. Ma’ è stata rapita sette anni prima da Old Nick, e da allora è rinchiusa nella Stanza, un ex capanno degli attrezzi che il rapitore ha adibito a casa, fornendole un letto, un armadio, una cucina, una vasca, una televisione, molti degli agi di cui usufruiamo noi tutti i giorni in pratica, e che quindi non fanno mai sospettare a Jack della loro condizione di cattività. Da quando è nato tutto ciò che lui conosce è all’interno della stanza. Dal lucernario sul soffitto può vedere il Cosmo, come la mamma gli ha insegnato, e la televisione è un’insieme di persone ed animali finti, irreali tanto quanto sono irreali i cartoni animati. Ciò che arriva dall’esterno è frutto della magia: Old Nick è un mago che va a prendere ciò che serve loro dalla TV. Tramite gli occhi di Jack la vita nella Stanza è bellissima: lui e Ma’ sono una cosa sola, fanno tanti giochi, tanti esercizi, e si vogliono bene. Ma ovviamente tutto ciò è profondamente lontano dalla realtà dei fatti.

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Ma’: “Ti piacerà.” Jack: “Cosa?” Ma’: “Il mondo.”

Joy deve fare di tutto per non far mancare nulla a Jack nonostante a lei manchi la cosa fondamentale: la libertà. Fa di tutto per proteggerlo anche solo dallo sguardo di Old Nick e si appiglia a suo figlio in quanto sua unica speranza per non impazzire completamente in una situazione che ci viene presentata quasi come normale. Ma un giorno Joy capisce che Jack può anche essere la sua unica speranza di salvezza.

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Il film, che è uscito nelle sale italiane il 3 marzo 2016, è stato diretto da Lenny Abrahamson è sceneggiato, come già detto, da Emma Donoghue che ha mantenuto la trama fedele al libro alleggerendone lievemente, per quanto possibile, la durezza della seconda parte, quella del Fuori. Jack e Joy sono rispettivamente interpretati da Jacob Tremblay e Brie Larson, la quale ha conquistato anche l’ambito Oscar per questa magistrale interpretazione. Come potete capire non è stata una storia facile da interpretare, per entrambi, ma i personaggi sono esattamente come vengono descritti nel libro, con tutte le loro contraddizioni e le loro paure, e un plauso in particolare va a Tremblay che a soli 10 anni ha affrontato un personaggio difficilissimo: pensate che nella seconda parte nel film ha pochissime battute, escluse quelle della narrazione fuori campo, ma riusciamo comunque a comprendere la confusione, lo sconcerto, la meraviglia, la rabbia, tutti dipinti sul suo volto.

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Qui il trailer.

Il film è articolato in due parti ben distinte, come anche il libro dopotutto: quello che c’è dentro la Stanza e quello che c’è Fuori. Per Jack la vita nella stanza era semplice e bellissima, e la sua Ma’ era sempre lì per lui: nel Fuori è tutto molto caotico, ci sono tanti nomi da imparare, tante cose da capire, tanti nuovi cibi che non hanno bisogno di essere razionati, e soprattutto tutti vogliono parlare con Ma’, e lei non è più quella di prima. In questo senso Jack trova appoggio nella figura della nonna, nel film interpretata da Joan Allen, che fa di tutto per fargli raggiungere uno stato di confidenza con il mondo. Ma’ è spesso assente con il corpo e con la mente, perché solo adesso ha modo di capire tutto quello che le è stato tolto, e tutto ciò che ha perso, e forse Jack non le basta più: anche lei deve con fatica rimettersi al passo e appropriarsi della sua condizione di donna adulta, cosa non facile se pensiamo che per lei il mondo si è fermato a quando era solo una ragazza spensierata le cui uniche preoccupazioni erano costituite dal college, dagli amici e dai ragazzi. La seconda parte del film subisce un brusco rallentamento, quasi esagerato, ma a mio parere è rappresentativo della condizione dei nostri due protagonisti ed in particolare della visione di Jack, che ha sempre uno sguardo ed un orecchio attento a ciò che gli accade intorno: mentre nella stanza il loro tempo era pieno e completo, adesso si ritrovano quasi come in una bolla atemporale, tutto corre e muta freneticamente intorno a loro, i medici, i parenti, i media, mentre loro seguono un  loro tempo interno poiché incapaci di adattarsi al passo di chi li circonda.

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È stato un turbamento lungo e doloroso quello provocatomi da questo film. Mi ha fatto star male perché narra una storia di abusi e di violenze prima di tutto mentali. Joy è stata rinchiusa in quella stanza per così tanto tempo che il suo aguzzino le chiede addirittura riconoscenza. E dovunque lei andrà si sentirà sempre rinchiusa. Rinchiusa nel ruolo che le è stato dato, quello di madre, di vittima, di superstite, di superstar della cronaca nera. Joy si sente estranea nella sua stessa pelle. Al contrario di Jack che guarda invece alla vita con un candore ed un’ingenuità che gli è data dall’essere all’oscuro non solo dei soprusi riservati alla madre, ma anche del mondo. Oltre a questo, il film ci dipinge anche una grande storia d’amore, dell’amore primitivo e indissolubile che lega un bambino alla sua mamma, anche se la sua mamma è un po’ rotta, a volte “Andata”, che l’ha creato e l’ha cresciuto e che così come gli ha sempre procurato ciò di cui aveva bisogno ora ha bisogno che sia lui ad aiutarla. E Jack è sempre lì per lei, no matter what.

Quando avevo quattro anni, non sapevo nulla del mondo, e ora io e Ma’ ci vivremo per sempre e anche quando saremo morti. Questa è una strada in una città in una nazione chiamata America, e la Terra, è un pianeta blu e verde che gira sempre, perciò non so perché noi non cadiamo. Ci sono così tante cose là fuori. E a volte fa paura, ma va bene, perché siamo sempre solo io e te.

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