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Emily Dickinson: poesie

Avete presente quando passate davanti ad una negozio che vi piace con su scritto in vetrina SALDI a caratteri cubitali, e la voglia di entrare è così forte che sembrate posseduti da un’entità sovrannaturale che mette mano al portafogli al posto vostro? Ecco, questo è quello che capita a me praticamente ogni volta che mi avvicino ad una libreria. O ad un mercatino dell’usato. Qualsiasi scusa è buona per un nuovo libro. Ma (aimè) non sono la figlia della regina Elisabetta, e perciò le mie finanze sono limitate. E a questo proposito giunge in aiuto la casa editrice Newton Compton, croce e delizia di ogni studente squattrinato come me. Così, in un giorno in cui ero particolarmente in vena di poesia, sono riuscita a portare a casa per la modica cifra di 3.90€ una raccolta di Emily Dickinson che (faccio ammenda) mi era pressoché sconosciuta fino ad allora.

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Ed è stato in quel momento che me ne sono perdutamente innamorata.

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Emily all’epoca del college in una delle pochissime fotografie che la ritraggono.

Emily Dickinson nacque ad Amherst, Massachusetts, nel 1930, dove morì 55 anni dopo. All’età di 25 anni a causa di problemi di salute decise di non uscire mai più di casa e in quella stessa casa dopo la sua morte la sorella rinvenne nel suo scrittoio oltre 1775 poesie di una bellezza e di una purezza sconcertante. Poesie sulla natura, sull’amore, sulle semplici gioie della vita quotidiana ma anche sulla morte. In una delle sue poesie più celebri si definiva “Nobody”, nessuno:

Io sono nessuno. Tu chi sei?

Nessuno pure tu?

Allora siamo in due, ma non dirlo –

potrebbero cacciarci, lo sai!

Che fastidio essere qualcuno!

Che volgarità – come una rana –

che dice il suo nome – tutto giugno

a un pantano che sta ad ammirarla!

Nonostante la sua condizione di reclusa, i suoi pensieri non lo sono affatto: esplodono su carta con una potenza tale da non far minimamente dubitare del fatto che veda la natura che ci descrive, che la viva, che provi quel mare “come perle” sulla pelle, e che assapori gioie e dolori della quotidianità umana.

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Uno dei bellissimi disegni di Ugo Attardi presenti nel MiniMimmut Newton Compton.

Straziante pensare come il suo corpo, i suoi desideri ed i suoi impulsi si ribellassero a quella condizione autoimposta, e automaticamente facessero della sua vita “il mio Calvario”.

Grazie al testo in lingua originale riportato in questa edizione è possibile anche godere delle scelte lessicali utilizzate, dei versi estremamente musicali, ritmati, incalzanti a volte, e l’uso delle maiuscole, inusuale (che ricorda quello della lingua tedesca), pone l’accento sulle parole più significative del testo, enfatizzandole. Ovviamente molto di tutto questo si perde in traduzione, ma i testi in lingua originale sono di facile comprensione.

Tutto quello che rimane di lei e della sua personalità profonda, ma non sufficientemente esplorata, sono le sue lettere e la sua poesia che, come ritengo anche lei  fosse, è spesso criptica. La potenza delle immagini evocate altro non è che l’espressione della volontà di vivere, e di farlo a pieno, anche se solo con la fantasia, nonostante i ripetuti riferimenti alla morte: perchè la morte non dovrebbe essere un deterrente per nessuno, essa fa parte dell’esistenza e come qualsiasi esperienza va accettata ed affrontata non come un limite ma come parte della sfida che è la vita. E Emily probabilmente voleva cogliere questa sfida, ma era troppo fragile e vulnerabile, e si limitava ad immaginarla, ma in maniera molto più bruciante ed appassionata di tante esistenze attuali!

Ho trovato particolarmente affascinante inoltre la definizione di poesia che lei dà, estrapolata da una sua lettera:

“Se leggo un libro che mi gela tutta, così che nessun fuoco possa scaldarmi, so che è poesia. Se mi sento fisicamente come se mi scoperchiassero la testa, so che quella è poesia. È l’unico modo che ho per conoscerla.”

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